Intervista ad Alberto Cairo

di Marco Musorrofiti

Candidato al Premio Nobel per la pace 2010, laureato in giurisprudenza ha preferito dare una svolta radicale alla sua vita  dedicandosi  totalmente a quelle popolazioni martoriate,cercando di alleviare le loro sofferenze fisiche attraverso una riabilitazione mirata . Ad una comoda poltrona da avvocato in una  ricca città del Piemonte ha preferito un posto tra le corsie degli ospedali di emergenza, prima in Sudan, per poi approdare a Kabul. Riabilitare i pazienti bisognosi di cure è diventata la sua missione di vita. Da oltre 20 anni vive e lavora a Kabul, dove ha creato ben 7 centri di riabilitazione ed è responsabile del “Progetto Ortopedico” del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Dottor Cairo la poltrona da avvocato era troppo comoda?

Non so se avrei avuto una vita più comoda: anche nei paesi ricchi vedo infatti tantissima gente arrancare scontenta. Certo sarebbe stata una vita diversa, probabilmete la corsa al superfluo mi avrebbe nascosto bisogni e valori essenziali.

Ci racconta quale è stata la motivazione che le ha fatto abbandonare la carriera da avvocato e diventare fisioterapista.

Oltre agli studi di legge ero interessato ai viaggi, quelli in posti lontani. L’Africa soprattutto era nei mie sogni. Durante gli anni dell’università avevo trovato un lavoro serale part-time che mi dava indipendenza economica. Cominciai a viaggiare per l’Italia e l’Europa.  Un giorno mi recai con un amico all’Ospedale Cottolengo di Torino, reparto anziani lungodegenti.  Riporto un brano del mio libro “Mosaico Afghano”, appena pubblicato dalla Einaudi. Il mio amico “ci andava regolarmente come infermiere volontario. Lo seguii per pura curiosità. Rivedo le camerate, grandi, bianche e deprimenti. Odoravano di disinfettante e pipì. Nessuno dei malati era autosufficente, pochi avevano famiglia. A turno, li faceva sedere, alzare e, alcuni, camminare. Banali esercizi per ridare mobilità ad articolazioni rattrapite, piccoli trucchi, quali appoggiare a terra prima il piede più forte, spostare il carico da una gamba all’altra, o chinarsi solo a ginocchia piegate, davano risultati sorprendenti. Manovre ragionate, non casuali. Scoprii un mondo di gente dimenticata. E scoprii la fisioterapia. Decisi di comprare qualche libro per capirne di più.”

Arrivai alla fisioterapia per puro caso, dunque. Piano piano l’argomento mi conquistò e mi misi a studiarlo per conto mio. Diversi anni dopo, attorno ai trent’anni, fui colto da dubbi. Era l’intrapresa carriera legale quello che volevo?  Mi spaventava la prospettiva di una carriera solida ma senza varianti, un futuro sempre uguale. Avevo l’esempio di diversi colleghi scontenti.  Continuavo a sognare viaggie e avventure. “E se facessi diventare l’interesse per la fisioterapia il mio futuro lavoro?” mi chiesi. Abbinare fisioterapia, viaggi e lavoro umanitario? L’idea mi dette un enorme entusiasmo, capii che era la decisione giusta. E così cambiai rotta, iscrivendomi ad una scuola di fisioterapia. Scelsi quella de “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini, Lecco. Fu un’ottima scelta.Oggi la voglia di viaggiare è passata in secondo piano, quella di fisioterapia e lavoro umanitario cresciuta.

Il premio Nobel per la pace 2010 è stato assegnato a Liu Xiaobo (Cina) , un’occasione persa  o un’opportunità di visibilità,  per la sua missione ,guadagnata?

Non ho mai pensato per un solo istante alla possibilità di essere premiato. Anzi, all’inizio la candidatura mi ha creato non poco imbarazzo.  Certo ne avrebbero guadagnato l’Afghanistan, il nostro programma e la fisioterapia in generale,  ma la decisione di premiare Liu, una persona che sacrifica la propria vita per la libertà di opinione mi è sembrata giustissima. 

Kabul, zona di guerra , quali mezzi avete a disposizione per  riabilitare i pazienti che si presentano nei vostri centri di riabilitazione ? Utilizzate terapie fisiche? Se si quali? Praticate anche terapie manuali ?  

Utilizziamo esclusivamente terapie manuali. Siamo convinti che siano le mani il vero strumento del fisioterapista. Niente macchinari quindi. Anche per prendere distanza da chi finge di curare con strumenti miracolosi. Tanti qui in Afghanistan.

Ho letto che nel suo laboratorio di produzione di protesi  lavorano i pazienti che sono stati riabilitati da voi. Singolare ,ma a ns avviso,anche il modo migliore per riabilitare completamente queste persone. Ci racconti l’impegno e la determinazione che li spinge  ogni giorno  a  svolgere questo lavoro.

All’inizio, il programma si occupava esclusivamente di riabilitazione fisica di feriti di guerra, al novanta per cento amputati da mine antiuomo, con fisioterapia e protesi. Poi, vista l’enorme richiesta e la quasi-totale assenza di strutture adeguate, abbiamo aperto a tutte le persone con disabilità motorie, qualsiasi la causa.  Per loro fisioterapia e ortesi. Il lavoro si è sestuplicato. Finora abbiamo registrato centomila pazienti, il 70% dei quali torna per nuovi trattamenti almeno una volta l’anno. Ogni anno fabbrichiamo circa 15’000 protesi e ortesi, e 1500 carrozzine. Le sessioni di fisioterapia (individuali, di gruppo, nel centro e a domicilio) sono oltre 170’000. Cifre alle quali io stesso stento a credere.  Ma non è finita. Ben presto ci siamo accorti che accanto a fisioterapia, ortesi e protesi, i pazienti volevano un aiuto per ricominciare a vivere. Convinti che il fine ultimo del nostro lavoro sia il reinserimento sociale, abbiamo creato progetti di istruzione, corsi professionali, micro prestiti e impiego. Per essere un esempio, per dimostare che una persona disabile può fare ogni tipo di lavoro se le si danno le giuste opportunità e sostegno, abbiamo intrapreso una politica di “discriminazione positiva”. Tutti i lavoratori del programma, oltre settecento, sono persone disabili ex-pazienti. Guardiani, cuochi, infermieri, addetti alle pulizie, fisioterapisti, medici, meccanici, technici ortopedici, …. Uomini e donne. Persone disabili che lavorano per persone disabili. Chi meglio può farlo?  Quante volte ho visto fisioterapisti amputati mostrare al paziente il proprio moncone, discutere da pari a pari. Un lavoro entusiasmante, che rimette in piedi  -fisicalmente e socialmente-  persone costrette sennò ad una vita al margine della comunità. Restituisce piena dignità a pazienti e terapisti.  La motivazione di questi ultimi è altissima, hanno qualche cosa da provare.       

Allo stato attuale quanti pazienti mutilati dalle mine anti-uomo si presentano al suo centro? Che altro tipo di patologie curate?

Le vittime delle mine sono meno di una volta, si è passati dai 20 incidenti al giorno del 2002 ai 3-4 di oggi.  Ancora troppi.  Ogni anno registriamo 6’000 nuovi pazienti-disabili.  1’000 sono amputati, 1’500 hanno paralisi cerebrali,  500 lesioni midollari,  600 deformità congenite (soprattutto piedi torti e diplasie dell’anca), 400 emiplegie, 350 soffrono di poliomielite (vecchi casi per lo più).  I rimanenti soffrono di tubercolosi, lesioni nervose periferiche, rachitismo, e altre patologie spesso sconosciute da noi.  Per quanto il nostro lavoro sia princialmente per le persone disabili, aiutiamo anche persone non-disabili, soprattuto chi ha problemi alla schiena. Tantissimi.

A fine giornata , quando chiude il suo ambulatorio , quali sono i disagi maggiori che si incontrano nella vita quotidiana a Kabul?

Io non sento particolari disagi. Ho una casa confortevole, in cucina non mi faccio mai mancare pasta, parmigiano, olio buono e caffè. Certo Kabul non offre grandi opportunità di vita sociale, ma io sono piuttosto solitario per natura.  Buoni libri (divoro romanzi), musica e DVD  mi bastano. Poi, la sera, sono stanco e mi corico presto e volentieri.

Come pensa che sta evolvendo la figura del fisioterapista in Italia? Secondo lei cosa manca ancora per migliorare la nostra professione?

Non so rispondere. Sono via dall’Italia da troppi anni.  Spero che con l’indubbio miglioramento delle conoscenze e delle tecniche non si perda mai la visione del paziente-persona. Il nostro è un lavoro meraviglioso che può aiutare tantissimo altri esseri umani. Non sciupiamo l’occasione..

Cosa possiamo fare noi fisioterapisti per aiutarvi nella vostra missione?

Nei paesi in via di sviluppo, in guerra o colpiti da disastri ci sono tante organizzazioni che hanno bisogno di buoni fisioterapisti per trattare i pazienti e soprattutto per formare fisioterapisti locali. Pochi o nessuno risponde agli appelli. Sarebbe molto bello se i fisioterapisti che hanno la fortuna di vivere e avere studiato in paesi ricchi decidessero di dedicare un po’ del loro sapere e tempo a chi è in difficoltà.