Intervista a Paolo Pillastrini

di Marco Musorrofiti

Per me è motivo di grande orgoglio poter intervistare un personaggio che ha rotto i rigidi schemi delle università italiane ed è riuscito, passo dopo passo, ad ottenere la prestigiosa carica di Presidente del corso di laurea in fisioterapia dell’università di Bologna.

Paolo Pillastrini, fisioterapista, professore associato e presidente del corso di laurea in fisioterapia dell’università di Bologna, ci ha dato una scossa ricordandoci che bisogna osare per ottenere i risultati desiderati.

Per i giovani fisioterapisti come me rappresenta un faro, in un percorso tortuoso in cui i sogni sembrano troppo distanti dalla realtà .


Professor Pillastrini quando ha deciso di diventare fisioterapista?

Fin dai primi anni del Liceo era una delle opzioni a cui guardavo con più attenzione. Erano gli anni di applicazione della riforma sanitaria, la famosa legge n. 833/78, che lasciava intravvedere scenari entusiasmanti per una sanità territoriale, in cui per la prima volta si metteva la persona al centro del processo terapeutico. In questo nuovo modello le professioni sanitarie (allora non si chiamavano ancora così) sarebbero a breve divenute protagoniste e, tra esse, il Fisioterapista era senza dubbio la mia preferita. La decisione comunque l’ho maturata dopo l’esame di maturità, nel corso dell’anno di servizio civile che ho svolto in una struttura che ospitava disabili.


All’inizio della sua carriera ha mai pensato che sarebbe diventato il primo, se non mi sbaglio, Presidente di un corso di laurea in fisioterapia?

Il mio sogno di studente era diventare un “Fisioterapista didattico”, cioè dedicato a seguire il percorso formativo di altri studenti. Il mio modello erano le tre Fisioterapiste didattiche che ci guidavano nelle lezioni e i tirocini. Avrei raggiunto quell’obiettivo nel 1990, otto anni dopo il conseguimento del Diploma. Poi le cose sono andate avanti. Diventare Presidente di un Corso di Laurea in Fisioterapia è stato oggetto dei miei pensieri molto più tardi, quando, nel 2005, sono diventato Professore Associato universitario.


Dopo il risultato ottenuto si sente di più fortunato, tenace o un privilegiato?

La carriera accademica va di pari passo con la maturazione scientifica e didattica. Non si tratta di fortuna, né (checché se ne dica) di privilegi. Nella ricerca scientifica occorre metodo, rigore, ma soprattutto una profonda determinazione verso gli obiettivi stabiliti. Non ci si può permettere di abbassare la tensione o la concentrazione. Quindi è la tenacia la caratteristica necessaria per progredire. E, a questa, aggiungo anche la pazienza.


Guardandosi indietro a chi deve dire grazie per aver ottenuto un tale riconoscimento?

A tantissime persone, che mi hanno trasmesso ed insegnato tutto ciò che poi sono diventato. Ne voglio tuttavia ricordare due: mio padre, a cui devo moltissimo in tema di valori e stile nei comportamenti e il Prof. Carlo Menarini, mio maestro nella professione e nelle relazioni. Entrambi ora non ci sono più e io cerco, indegnamente, di interpretare al meglio quanto da loro ho appreso.

Il Fisioterapista/ricercatore è una realtà in evoluzione? Quanti fisioterapisti sono occupati nel campo della ricerca in Italia?

Se potessimo fotografare oggi la realtà professionale, selezionando chi è dedicato ad attività di ricerca rispetto a chi opera nella pratica clinica, osserveremmo uno sbilanciamento enorme, probabilmente eccessivo. Sono solo pochi anni che alcuni colleghi hanno iniziato a confrontarsi con le indicazioni della letteratura scientifica e, in alcuni casi, anche a proporre veri e propri progetti di ricerca sperimentale. La nascita della Società Italiana di Fisioterapia (S.I.F.) rappresenta l’espressione concreta più evidente di un’esigenza della professione di crescere ulteriormente, recuperando il tempo perduto.


In che tipo di riabilitazione si è specializzato nella sua carriera?

Ho lavorato in diverse strutture nel corso della mia ormai trentennale esperienza di Fisioterapista. All’inizio sono stato assunto da un’ASL che mi ha destinato per alcuni mesi al Servizio Materno Infantile (si chiamavano così all’epoca), poi ho lavorato un anno e mezzo presso gli Istituti Ortopedici Rizzoli, un centro di eccellenza nell’ambito della Fisioterapia in Ortopedia, otto anni nel Servizio di Riabilitazione dell’Ospedale S. Orsola (un semestre con pazienti della Fisiopatologia Respiratoria, un altro presso l’Istituto di Cardiologia e il resto prevalentemente su pazienti con lesioni neurologiche), undici anni presso la Scuola per Terapisti della Riabilitazione e il corso di Diploma Universitario per Fisioterapisti, quattro anni nell’Unità Spinale di Montecatone di Imola con il ruolo di Dirigente e, dal 2005, presso l’Università di Bologna, che ha destinato la mia quota di attività assistenziale all’Unità Operativa di Medicina del Lavoro, in cui sono responsabile del Servizio di “Valutazione e Recupero della capacità lavorativa”. Come si può vedere, è un bel ventaglio di esperienze.

Quali consigli si sente di dare ai giovani Fisioterapisti che in Lei vedono che i sogni si possono realizzare?

Negli ultimi anni molti giovani hanno iniziato a consultare regolarmente la letteratura scientifica per poter aggiornare le proprie conoscenze e favorire la qualità del proprio intervento terapeutico. Credo che tutti i professionisti sanitari e, a maggior ragione, i Fisioterapisti, non possano non incrementare questo processo di acquisizione delle conoscenze in una visione universale della disciplina. Per i più volenterosi  esistono poi opportunità di fare esperienza in alcuni Paesi che hanno un po’ più di esperienza e risorse di noi sulla ricerca scientifica. Alcuni studenti del mio Corso di Laurea negli ultimi anni hanno frequentato il laboratorio di Shirley Sahrmann a Washington D.C. e altri stanno aprendo nuove strade verso altre realtà professionali di livello assoluto. Andrò forse contro corrente, ma la “vecchia” strada che era proposta a quelli della mia generazione, cioè iscriversi ad un corso che approfondisse la singola metodica riabilitativa, mi pare anacronistica e confondente allo stato attuale.


Secondo lei l’albo è ancora lontano o si sta avvicinando?

Speriamo davvero che possa arrivare presto. Ne abbiamo bisogno noi ma, soprattutto, ne hanno bisogno i cittadini, che devono sentirsi protetti da uno Stato garante della qualità dell’intervento sanitario legittimo ed autorizzato, cioè svolto da professionisti competenti. Detto questo, aggiungo che una volta ottenuto l’Ordine non avremo ancora completato nulla, ma dovremo continuare con lo stesso impegno di oggi, per far sì che ad un riconoscimento formale corrisponda anche una reale adeguatezza sul campo, cioè nella relazione terapeutica tra Fisioterapista e Paziente. E su questo la strada da fare è ancora tanta.

Qual è il Paese più evoluto in campo riabilitativo?

Sono molti, ma mi sento di dire che non abbiamo nulla da invidiare a nessuno. Dobbiamo solo sintonizzarci meglio rispetto a quanto avviene in alcuni Paesi, soprattutto del mondo anglosassone. Finché non ci renderemo disponibili a confrontare le nostre idee originali con la comunità professionale e scientifica universale, non riusciremo mai a progredire. Oggi è più semplice di ieri, ma è comunque difficile e, soprattutto, richiede un’apertura mentale che non sempre abbiamo dimostrato di possedere. Una delle poche cose che mi fa perdere la pazienza è ascoltare teorizzazioni che mettono in dubbio la validità della ricerca scientifica, affermano che nella nostra disciplina non ci sono strumenti per misurare i risultati (ci riescono gli psicologi, figuriamoci se non lo possiamo fare noi…), propongono modelli alternativi agli standard dell’Evidence Based Practice, tutti centrati sull’autoreferenzialità e il “fai da te”. Beh, questo sistema di affrontare il delicato tema dello sviluppo professionale, come se fossimo “quattro amici al bar”, non aiuterà mai nessuno, anzi, creerà solo confusione e disorientamento, soprattutto nei giovani.


Cosa dobbiamo fare per migliorare la nostra professione?

Sono tanti gli aspetti su cui lavorare. Ne cito alcuni. Favorire la nascita di un gruppo di colleghi dedicati a produrre studi sperimentali per valutare l’efficacia degli strumenti di valutazione e terapeutici della Fisioterapia, attivare collegamenti e nuove forme di comunicazione e dialogo con i nostri colleghi in tutto il mondo che abbiano sviluppato eccellenze nei diversi settori di competenza della nostra disciplina e, per ultimo, promuovere iniziative atte a promuovere la nostra professione in tutti gli ambiti sociali e civili del Paese. Ovviamente potrei andare avanti.

La lotta contro l’abusivismo professionale come può essere vinta?

A questa domanda rispondo in modo (forse) un po’ provocatorio: l’abusivismo lo vinceremo quando avremo il coraggio di alzare lo sguardo verso l’alto. Cerco di spiegarmi. Fino ad ora molti di noi hanno pensato che il problema dell’abusivismo dovesse essere risolto attraverso un autorevole intervento centrale che punisse coloro che esercitano la nostra professione senza esserne autorizzati. E questo è giusto ed importante, ma non è tutto. La vera vittoria che sconfiggerà l’abusivismo l’avremo solo quando i cittadini sapranno senza alcun dubbio che rivolgersi ad un Fisioterapista risolverà al meglio i propri problemi, senza dover ricorrere alla pseudo consulenza del pranoterapeuta, dell’iridologo o del cartomante di turno. Ma questa condizione dobbiamo essere anche noi a favorirla. Come? Innanzitutto dimostrando di essere davvero i migliori, cioè quei professionisti che assicurano la massima qualità dell’intervento terapeutico al Paziente. Fino a che il Paziente non sarà convinto di questo, l’abusivismo esisterà. Per questo dico: alziamo lo sguardo e cerchiamo di crescere, guardando chi è più bravo di noi, per imparare a diventare i migliori. Gli organi di controllo dovranno operare meglio di quanto non facciano ora, ma siamo soprattutto noi che dobbiamo diventare più bravi di quanto non siamo oggi. Preoccuparci di “rintuzzare” le numerose presenze di abusivi che pullulano nel territorio non ci farà ottenere grandi risultati, perché al Paziente non interessa sapere se colui a cui si rivolge possiede l’etichetta giusta o no, ma solo che possa aiutarlo più di ogni altro a star meglio. Quindi non diamo per scontato di essere il massimo e che questo riconoscimento debba esserci accreditato solo in virtù del nostro titolo professionale: lavoriamo per esserlo davvero, inequivocabilmente!

Lei crede che a seguito dell’istituzione di un albo risolveremo tutti i nostri problemi?

Ho già risposto a questa domanda. Ovviamente no, anche se sarà una tappa importante, perché in questo modo avremo la possibilità di governare, tecnicamente e deontologicamente, i comportamenti dei Fisioterapisti, applicando anche le sanzioni laddove necessarie. Spesso gli Ordini professionali sono lobbies di potere, dove alcuni privilegiati si sono costruiti “nicchie” di opportunità più o meno lecite. Per noi non dovrà essere così. Spero che l’Ordine professionale, una volta attivo, possa rappresentare un luogo di incontro e confronto su tutti i problemi della professione, alla ricerca delle soluzioni più efficaci verso l’obiettivo di una più serena e proficua realizzazione della pratica clinica, la cultura organizzativa, l’attività didattica, la ricerca scientifica e le altre numerose dimensioni proprie della nostra variegata disciplina.


Ho letto che da poco è nata la Società Italiana di Fisioterapia (S.I.F.) e che lei è un socio fondatore, che obbiettivi vi ponete?

Il 29 maggio 2010 è una data importante per la nostra professione, perché quel giorno è nata la Società Italiana di Fisioterapia (S.I.F.), fortemente voluta da 150 soci fondatori, che hanno condiviso l’esigenza di un progetto che desse energia allo sviluppo della disciplina. Ognuno di loro ha partecipato anche economicamente a questa avventura, che ora sta rapidamente affermandosi sul territorio nazionale ed internazionale. In quella stessa data è stato nominato il Consiglio Direttivo, costituito da me, che ne sono il Presidente, Roberto Gatti, Giuseppe Plebani, Marco Baccini, Lucia Bertozzi, Marco Testa e Matteo Paci. In sintesi, abbiamo condiviso i seguenti obiettivi: una rivista scientifica che sia punto di riferimento per rendere pubblici progetti di ricerca scientifica condotti in modo rigoroso, attraverso un processo di peer-review e l’adesione ai circuiti di collegamento con la letteratura specializzata internazionale; la promozione di una cultura della Fisioterapia in cui si privilegia il modello dell’Evidence Based Practice, alternativo al ricorso a protocolli standardizzati o all’adozione di schemi di intervento autoreferenziali e, infine, uno stretto collegamento con le istituzioni accademiche e le organizzazioni internazionali che si occupano di Fisioterapia, attraverso lo sviluppo di progetti di collaborazione scientifica e la promozione di una cultura aperta al confronto e alla condivisione dei fondamenti disciplinari, con l’obiettivo di concorrere alla costruzione di una Scienza della Fisioterapia. Chi vuole saperne di più può consultare il nostro sito (www.sif-fisioterapia.it).


A cosa può aspirare ancora Paolo Pillastrini?

La naturale evoluzione della mia carriera prevede il  massimo livello della docenza universitaria, che è il ruolo di Professore ordinario. Si tratta di un traguardo impensabile fino a pochissimi anni fa, ma che ora non è impossibile. Tuttavia le mie aspirazioni principali sono diverse e collegano il mio ruolo con lo sviluppo della disciplina. La mia aspirazione oggi è partecipare alla costruzione di una cultura in cui la ricerca scientifica diventi lo strumento di elezione che la professione utilizza nella scelta degli obiettivi e gli strumenti terapeutici da utilizzare quotidianamente. Auspico inoltre che le organizzazioni sanitarie possano considerare concretamente quanto valga la pena organizzare i servizi prevedendo tempi e spazi sufficienti a realizzare modelli di intervento fondati sull’Evidence Based Practice e non solo sul freddo dato quantitativo del numero di prestazioni erogate. Ma la mia speranza più concreta è che la Società Italiana di Fisioterapia (S.I.F.) possa crescere rapidamente, raccogliendo l’adesione del maggior numero possibile di Fisioterapisti, così da poter attivare numerose iniziative al servizio dello sviluppo professionale.

Lei professore ha un suo sogno inerente la nostra professione?

Nella risposta precedente ho già espresso i miei auspici, per cui non mi ripeto. Desidero però concludere questa piacevole intervista con una considerazione. Nel mio “piccolo” credo quanto meno di aver dimostrato una cosa: attraverso la determinazione, la consapevolezza e la profonda convinzione nell’importanza della nostra professione non esistono traguardi irraggiungibili. Sono certo di non possedere doti professionali straordinarie e sono convinto che i traguardi raggiunti potrebbero essere ripetuti anche da altri colleghi. Anzi, ora che la strada è stata tracciata, il percorso sarà più semplice.